vi racconto il mio dolore: dalla sofferenza alla gioia

dolore

Ed ecco, all’improvviso cado come una pera cotta giù per terra.

Ricordo di aver sentito una nuvola di confusione e debolezza che saliva fino ad invadere la mia testa e soffocare vista, udito, senso di equilibrio e mi faceva crollare su me stessa.

Quando mi riprendo accuso brividi di freddo ovunque, non riesco a tenere gli occhi aperti, mi sento mancare, devo sedermi. Non riesco a camminare. Anzi, devo assolutamente andare in bagno: la colazione del mattino mi sta tormentando e ho una nausea infernale.

Mi sento barcollare, mi muovo con difficoltà. La gente attorno a me mi guarda con fare giudicante, accusatore. Certo, non sono un bel vedere, di questo ne sono consapevole. Potrei benissimo sembrare una tossicodipendente in crisi di astinenza: occhio gonfio che fa fatica a rimanere aperto, per mettere a fuoco mi devo concentrare, fissare l’attenzione ed aspettare un po’ che l’immagine venga visualizzata e compresa. Mi guardo allo specchio e non mi riconosco: chi è quella donna così pallida, così provata, senza trucco, i capelli che non hanno nessuna direzione. Non ho la forza per sistemarmi, non ci riesco, voglio solo andare a casa, voglio dormire e svegliarmi tra 5 anni quando tutto questo sarà passato ed io starò sicuramente meglio.

Sento la pressione che ondeggia. È una compagna turbolenta oggi, se ne va e poi ritorna improvvisamente. Ma questo mi scompensa ed il mio fisico non sa più come reagire. Meglio lasciarsi andare.

Ed arrivo in Pronto Soccorso. Entro con codice giallo. Non sento nulla, sono anestetizzata dal dolore. L’infermiera molto gentile parla in modo chiaro, scandendo bene le parole. Riesco a capire e lei riesce a capire me. Finita l’intervista di ingresso mi spingono con la carrozzina verso una barella dove mi trasferiscono di peso. Quando sei malato i tuoi sensori funzionano diversamente. Senti una mano che ti prende con forza, una disattenzione che ti fa prendere una botta sul ginocchio, dialoghi tra infermieri su cosa fare finito il turno e tutto mentre spostano te: accetto la mia condizione di malata quindi inutile, quindi non autosufficiente, quindi sorda.

In quei momenti sono sola con me stessa. Ho freddo. Mi chiudo in posizione fetale per riscaldarmi ma un dolore violento mi impedisce questa manovra. Devo stare supina, ma ho freddo, non sento più la testa. Il dolore è così forte che mi sento senza testa.

Il dolore attiva bisogni che, senza dolore, non si percepiscono. Fa emergere paure: da fisico il dolore diventa così anche psicologico e ti fa immaginare che la tua esistenza sia vicina alla fine. Il dolore evidenzia la tua resistenza, il senso di attaccamento, il bisogno dell’altro: è un filtro che, nonostante lo stesso mondo, ce lo fa vedere con colorazioni diverse tanto da farlo sembrare un altro mondo.

Sono sola. In questo letto. Sola con il mio dolore. Ma questo è un inganno. Non si è mai veramente soli. Attorno a me ci sono altre persone, ne sento i lamenti, il loro dolore che viene espresso, reso udibile al mondo, agli altri. Un richiamo, un invito a fermarsi a stare con il dolore. Ma sono davvero in pochi che accolgo l’invito. Nessuno ama stare nel dolore, nemmeno in compagnia sfuggente. Anche i sanitari stessi si difendono dal dolore, parlando di progetti vitali, di ricette, di vino, di cibo, di vita.

L’attesa è infinita. L’ossigeno al naso mi da noia, la flebo mi punge, quanta ipersensibilità, come se non avessi già la mia buona dose di dolore.

Aspetto. Divento paziente. Penso.

Penso che forse sono vicina alla fine, e se muoio oggi? Un pensiero decisamente frivolo va alla borsa comprata in giornata e che non ho potuto godere. Anche di fronte alla morte i pensieri sono misti: alcuni bizzarri, frivoli, altri importanti, che mi fanno lacrimare in silenzio, sento le lacrime che scendono giù, da sole, senza pianto, senza disperazione come se fossi comunque pronta a separarmi da tutto e tutti. In fondo la morte mi appare anche come unica condizione in cui non soffrire più.

Ascolto i rumori che mi circondano.

Sento un anziano che non vuole farsi visitare che deve andare in bagno. I medici gli dicono che non può che è pericoloso, il suo cuore è troppo debole. L’anziano insiste, non si rassegna. Quando sei malato la tua parola vale meno di zero. Mi appassiono a questa battaglia per andare in bagno. Tifo in silenzio per l’anziano. Il dialogo si fa serrato, volano brutte parole, offese lanciate dall’anziano in difesa della sua libertà, della sua Persona. Alla fine Vince. Si, alla fine vince la Persona. Ha vinto la sua battaglia. Un gesto così automatico, così banale che ogni giorno facciamo senza proclami, senza annunci. La normalità, la banalità dell’azione, del fare, quando si è malati assumono il significato più profondo di essere Persona, Uno.

Accanto al mio letto un altro anziano, probabilmente con disturbi del pensiero. Parlava ad un interlocutore fantasma, gli raccontava la sua vita e poi gli chiedeva un ritorno che solo lui sentiva. Il dolore che inventa un compagno per renderlo più leggero, per vincere ciò che tutti noi temiamo e che nel dolore accusiamo vivamente: la solitudine.

Perchè ciò che ci rende felici davvero, non è l’avere, ma l’essere e l’essere riconosciuti dall’altro: solo così sentiamo di esistere. Basterebbe salutare con un sorriso autenticamente umano e non alla maniera di un robot o del formalismo professionale e di mercato.

È sufficiente un atto di gentilezza gratuito, una richiesta di aiuto, in modo da far sentire un inutile utile.

La felicità non è legata alle grandi imprese, a ciò che possediamo o al ruolo che rivestiamo. La felicità si manifesta nelle piccole cose, legate a ciò che siamo e a ciò che condividiamo.

Quando si parla di felicità il rischio di scivolare nell’ovvio, nella banalità è altissimo.

Quindi, per ora, mi fermo qua, regalando a tutti voi un sorriso, nella speranza che sia contagioso.

Be happy.